Sono
disponibili i nuovi saponi di Sindyanna
(Palestina), all'olio di oliva, olio
e miele, olio e limone, olio e latte.
LiberoMondo
collabora ormai da diversi anni con organizzazioni che
lavorano in Palestina e si confrontano quotidianamente
con una situazione che, con un eufemismo, potremmo definire
complicata.
Qui di seguito riportiamo un contributo di Hadas Lahav,
di Sindyanna of Galilee, gruppo con cui LiberoMondo
si relaziona fin dal 2003.
I
Checkpoints israeliani e il sapone di Adnan Tbeili
di
Hadas Lahav
coordinatrice di Sindyanna
CHALLENGE - settembre-ottobre 2007
Il
Signor Adnan Tbeili produce saponi per Sindyanna of
Galilee, che li esporta in tutto il mondo. Da aprile
di quest'anno (2007) non gli è stato possibile
ottenere un permesso per entrare in Israele. Noi di
Sindyanna abbiamo cercato di intervenire grazie all'aiuto
di un avvocato. Abbiamo mandato lettere all'Amministrazione
Civile e al Consigliere Legale della "regione Judea
e Samaria". Nulla di tutto ciò ha avuto
effetto. Dal 2000, infatti, la possibilità di
Tbeili di mantenere i suoi contatti superando le infinite
serie di checkpoints che circondano Nablus è
dipesa dalla "buon cuore" dei burocrati israeliani.
La
"zona industriale" di Beit Furik
Fin dal 19 giugno avevo rinunciato ad attendere che
Tbeili venisse da noi. Guidai attraverso la West Bank
per visitare la sua unità produttiva, un'attività
familiare che prosegue da tre generazioni. Sindyanna
abitualmente incontra i suoi produttori, ma quando ci
si reca nei Territori Occupati, nulla è di routine.
Fortunatamente l'unità produttiva si trova nella
"zona industriale" di Beit Furik (vedere la
mappa). La parola "fortunatamente" può
trarre in inganno. In questo caso non ha nulla a che
vedere con l'idea di successo o abbondanza, ma solo
con la posizione: se il laboratorio fosse a nord del
checkpoints di Beit Furik, nei confini municipali di
Nablus, non ci sarebbe assolutamente possibile visitarlo,
e neppure Tbeili potrebbe fornire il suo sapone a noi
in Israele.
Il termine "zona industriale" è anch'esso
ingannevole. Dieci laboratori familiari sono sparsi
tra i terrazzamenti a est di Beit Furik. L'area fu scelta
dall'Autorità Palestinese per essere il gioiello
della corona della sua nuova economia. Ed è tutto
qui: una fabbrica di sapone, un'altra di cibo per animali
e alcune che producono blocchi in cemento. Di questo
si tratta. Nessuna indicazione all'ingresso. Nessuna
strada asfaltata. Nessuna linea telefonica. Nessun allacciamento
alla rete idrica. Elettricità fornita da Israele.
Questo è ciò che la popolazione un tempo
sognava potesse essere la Singapore del Medio Oriente.
Sul tetto della fabbrica ci sono dieci grandi cisterne
d'acqua. L'acqua qui costa 10 shekel (circa 1,73 euro)
al metro cubo, in confronto ai 2,215 shekel pagati da
una fabbrica in Israele. L'acqua è fornita dall'amministrazione
locale di Beit Furik che la riceve da un pozzo nella
valle di Beit Dajan. I vicini insediamenti ebraici di
Itamar e Elion Moreh sono connessi ad un acquedotto
che fiancheggia il checkpoints di Beit Furik. Prima
dell'Intifada del Settembre 2000, l'Autorità
Palestinese aveva raggiunto un accordo con la compagnia
israeliana delle acque, Mekorot, per connettere Beit
Furik con questo acquedotto. Avevano anche iniziato
a costruire le infrastrutture. L'Intifada bloccò
ogni cosa.
Quattro mesi fa Tbeili è riuscito, a proprie
spese, a far arrivare una linea telefonica alla fabbrica.
Nel suo ufficio senza aria condizionata, può
telefonare, usare il fax, mandare email e navigare in
internet. Cose che noi diamo per scontate, sembrano
miracolose qui.
L'autorità Palestinese iniziò a lavorare
a questa zona industriale nel 2000, prima dell'Intifada,
e Tbeili fu il primo ad ottenere una licenza di costruzione.
Egli comprò un lotto per 70.000 shekel (circa
11.800 euro), un affare. Aveva appena iniziato a costruire
quando scoppiò l'Intifada. Solo nel 2005 riuscì
a terminare i lavori. Egli trasferì quindi la
sua produzione da Nablus a Beit Furik. Perché
ci volle così tanto? Perché fino al 2005
Beit Furik fu chiuso ai mezzi di trasporto. Soldati
e ammassi di rocce bloccavano l'ingresso e solo persone
a piedi potevano entrare e uscire. Nel 2005 il "moderno"
checkpoint di Beit Furik fu aperto e alla fine anche
le automobili ebbero accesso al villaggio.
"La
tela del ragno"
Tbeili vive in Nablus e il suo
problema principale sono i checkpoint. Essi, come una
ragnatela, intrappolano l'incerta economia palestinese.
Per raggiungere il suo laboratorio Tbeili deve per prima
cosa oltrepassare il checkpoint di Beit Furik, a est
di Nablus. Qui è possibile debba aspettare un'ora
e mezza, due, tre ore o tutto il giorno, in base alla
situazione legata ai problemi di sicurezza.
Al checkpoint di Beit Furik è permesso il passaggio
solo alle persone in possesso di un documento di riconoscimento
che attesti la loro residenza a Beit Furik o Beit Dajan.
I residenti in Nablus possono transitare solo attraverso
uno degli altri tre checkpoint alternativi: Hawara a
Sud, Beit Iba a ovest, o Badan (vicino a Taluna) a nord.
Chiunque voglia passare attraverso Beit Furik deve quindi
essere in possesso di due carte di identità,
una che riporti la residenza a Nablus e un'altra con
la residenza a Beit Furik.
Ogni giorno Tbeili è raggiunto al laboratorio
da suo padre di 76 anni e da A.S., 60 anni, padre di
quattro figli, che un tempo possedeva un proprio laboratorio
di produzione di sapone in Nablus. Come molti altri,
A.S. cessò la propria attività durante
l'Intifada e diventò un lavoratore "dipendente".
A.S., rifugiato proveniente dal villaggio di Sarafand
vicino a Ramle, lavora durante il giorno nel laboratorio
di Tbeili e la notte rimane come guardiano.
Dopo il trasferimento dell'attività di Tbeili
a Beit Furik, i lavoratori del suo laboratorio di Nablus
non poterono attraversare il checkpoint. Molti provenivano
da Salem, che Israele considera parte dell'area di Nablus.
Oggi i suoi dipendenti provengono da Beit Futik e Beit
Dajan, in quanto non separati da checkpoint. Egli dà
lavoro a 6 persone, i quali sono i soli delle rispettive
famiglie che provvedono al sostentamento dei congiunti.
Nel 2000, egli dava lavoro al doppio delle persone.
Le ragioni, secondo Tbeili, sono due: le strade sono
chiuse e le persone non hanno soldi.
"Prima dell'Intifada vendevo ogni mese sapone per
un valore di 150-250 mila shekel, di questi circa 100
mila sul mercato israeliano. Oggi non raggiungo i 50
mila shekel, dei quali meno del 20% in Israele. Ci sono
giorni in cui non arrivo a più di 100 shekel."
In automobile il tragitto sulla strada principale da
Beit Furik a Hawara necessità di meno di dieci
minuti. È una bella strada che si snoda tra le
colline, con vista su uliveti e campi arati. È
quasi deserta, in quanto percorribile solo dagli israeliani.
Un palestinese sorpreso con la sua automobile su questa
strada verrebbe imprigionato e multato, se non gli sparano
prima. Un abitante di Beit Furik che vuole raggiungere
Hawara, deve quindi dirigersi a Nablus passando attraverso
il checkpoint di Beit Furik. Da qui deve guidare per
tre chilometri fino al checkpoint di Hawara. Se riesce
ad attraversarli, può finalmente raggiungere
la sua destinazione. Un percorso in auto di dieci minuti
si è così trasformato in un tragitto di
ore.
Un camion carico di merce, diretto da Beit Furik verso
qualsiasi destinazione nella West Bank, è condannato
a percorrere lo stesso arduo tragitto. Il checkpoint
di Hawara, a sud di Nablus, è il solo attraverso
il quale le merci possono lasciare la città,
anche se queste sono destinate a località a nord
o a ovest.
Quando la destinazione è Israele, le merci possono
essere trasportate solo da camion con targa israeliana,
e solo attraverso il checkpoint di Anata che si trova
a nord-est di Gerusalemme. Il viaggio dalla parte nord
di Nablus al magazzino di Sindyanna vicino a Nazareth
una volta durava al massimo un'ora e mezza. Oggi siccome
i camion devo dirigersi prima a sud verso Gerusalemme,
aspettare in coda ai checkpoint e poi continuare il
proprio percorso verso nord sulle strade nella parte
israeliana, il viaggio dura almeno quattro ore. Il risultato
immediato è un incremento dei costi di trasporto.
Il costo di una spedizione da Nablus alla Galilea è
salito da 300 a 1.200 shekel, se si è fortunati,
senza contare i 90 shekel di tassa da pagare al chekpoint
di Anata.
Tutto ciò vuol dire essere maggiormente gravati
dal lato economico.
A Nablus si è arrivati a un livello di caos mai
visto prima: furti, estorsioni di denaro per ricevere
protezione, violazioni di domicilio a scopo di rapina
sono diventati abituali. Giovani criminali erigono blocchi
stradali improvvisati, fermano gli autisti e prendono
qualunque cosa sia disponibile.
"Io non mi muovo con più di 100 shekel nel
mio portafoglio", dice Tbeili.
Mangiamo pranzo presso il laboratorio di Tbeili. Il
proprietario, gli ospiti e i lavoratori mangiano tutti
insieme humus (ndr salsa a base di pasta di ceci e pasta
di semi di sesamo (tahini) aromatizzata con olio di
oliva, aglio, succo di limone e paprika, semi di cumino
(in arabo kamun) in polvere e prezzemolo finemente tritato),
intingendo la pita (ndr pane) nello stesso piatto. Le
divisioni sociali vengono meno quando le avversità
sono il destino comune di tutti.
Tre settimane dopo la nostra visita, un camion arrivò
al magazzino di Sindyanna nel villaggio di Cana, vicino
a Nazareth. Trasportava migliaia di saponette all'olio
di oliva. Pochi mesi più tardi, dopo averlo pulito,
confezionato e imballato, le saponette sono state spedite
in Europa e in alcune zone del Nord America per essere
vendute attraverso il circuito internazionale delle
organizzazioni di commercio equo, che hanno fatto proprio
e condiviso il progetto di superare la "maledizione"
dei checkpoint.